Come è risaputo, un genere musicale tende ad essere un modo per etichettare lo stile di un artista piuttosto che di una band ma qualsiasi genere musicale è strutturato in più sottogeneri che hanno preso forma e si sono sviluppati nel corso del tempo; essi servono per entrare più nello specifico riguardo il genere principale e permettono di orientarsi con più accuratezza nei lavori dei vari artisti.
Per fare un esempio, quando si parla di rock, si sta parlando di un genere musicale che abbraccia più forme di espressione con dei caratteri comuni per i quali, esse sono ritenute facenti parte del rock ma se si vuol andare più nello specifico, ecco che subentrano i vari sottogeneri, tipo l’alternative rock, l’hard rock, il grunge, il punk rock, lo stoner rock, il soft rock e via dicendo. Come per qualsiasi genere musicale, questo succede anche nel mondo del metal dove, con la parola metal si va a generalizzare tutta una serie di sottogeneri ben diversi l’un l’altro… diversi per i suoni, per le velocità di esecuzione, per la tipologia di cantato e diversi per molti altri aspetti… infatti sembra strano, ma ci sono un’infinità di elementi che fanno le differenze tra questi sottogeneri e contribuiscono a rendere l’esperienza d’ascolto ancora più curiosa, ancora più accattivante, ancora più affascinante.
Uno dei sottogeneri del metal più bizzarro e più singolare in assoluto è certamente il funeral doom metal, corrente derivata dal lancinante incontro tra le sonorità black metal dei primi anni ’90 ed il doom; se ci è permessa una considerazione, più che definire il doom un genere od una corrente musicale, lo riteniamo una “caratteristica” che riguarda principalmente la sezione ritmica, il più delle volte lenta, in alcuni casi esageratamente lenta e questo è senza dubbio l’elemento più curioso che va in netta contrapposizione alle ritmiche metal che sono solite essere veloci e martellanti.
Nel funeral doom, la lentezza delle ritmiche tende a risultare esasperante, quanto è esasperante tutto il resto; suoni di chitarra molto lunghi e distorti, pesanti ed oscuri, privi di qualsiasi virtuosismo, utilizzo di tastiere che evocano paesaggi freddi e desolanti ed una voce che produce un lamento quasi disumano… è il particolare mix tra questi ingredienti angoscianti che ci ha portati ad apprezzare un sottogenere ritenuto assolutamente underground, dal ristrettissimo riscontro commerciale perché spesso, non piace neanche ai metallari più convinti; noi invece, ne siamo rimasti affascinati per la sua unicità, per il suo misticismo, per la sua immensità catacombale. Il termine funeral infatti si rifà alle affinità funeree che trascinano l’ascoltatore verso una vera e propria esperienza nel mondo dei morti.
Il funeral doom nacque verso la metà degli anni ’90 ed i primi lavori si avvalsero appositamente di registrazioni e produzioni molto sporche ed a basso costo, proprio per riprodurre delle sensazioni lugubri; l’album che è ritenuto “il padre” del sottogenere si intitola “Stream from the Heavens” del 1994, concepito dai finlandesi Thergothon che, poco dopo averlo realizzato, si sciolsero. Il lavoro è piuttosto grezzo e sembra a tutti gli effetti una registrazione demo effettuata in una stanza qualsiasi. L’anno successivo, sempre in Finlandia, gli Skepticism pubblicarono “Stormcrowfleet”, altro caposaldo del funeral doom e da molti ritenuto il loro migliore album a tutt’oggi, visto che gli Skepticism, a differenza dei loro connazionali Thergothon, sono ancora attivi. Anche in questo caso, l’album si presenta sporco e grezzo, in alcuni punti poco definito ma entrambi i lavori di queste due band sono un ottimo trampolino di lancio per quello che sarà il funeral doom degli anni 2000, con delle produzioni qualitativamente superiori e con dei suoni che saranno maggiormente in grado di estraniare l’ascoltatore dalla realtà e portarlo in una dimensione d’oltre tomba.
Se hai intenzione di approfondire la tua conoscenza del funeral doom ti consigliamo un libro edito dalla Tsunami Edizioni, dal titolo “Il Suono del Dolore – Trent’anni di Funeral Doom”, scritto da Stefano Cavanna… la sua fatica ci regala un gran bel lavoro, come riportato nel retro del libro, «un excursus senza precedenti nel genere musicale più doloroso e cupo di sempre».
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